giovedì 22 aprile 2021

Voglio essere profilato!

Certo il titolo è volutamente provocatorio, ma niente, mi veniva in mente ieri mattina mentre andavo al lavoro, una volta tanto in presenza (uno degli svantaggi dello smart working è che non hai questa possibilità, che colonna sonora vuoi mai goderti mentre ti sposti appena dalla camera da letto al salone). Ho messo su uno dei Daily Mix proposti da Spotify, quello che lei mi compila sulla musica italiana, e mi sono goduto alcune (per me) bellissime canzoni. Inanellate, si direbbe, con mano sapiente, in gustosa sequenza. Non troppo stranamente, mi sono trovato d’accordo con tutte le scelte proposte: tanto che ho ascoltato la scaletta con la netta sensazione che, tra me e Spotify, ormai c’eravamo ben capiti.

Dopo anni di utilizzo, in pratica Spotify mi ha profilato. Mi ha studiato, per ogni scelta musicale che compivo, ha incamerato dati sul mio comportamento (solo musicale, grazie al cielo) e ha memorizzato tutto, archiviando nei suoi server dislocati chissà dove. Facendone tesoro. Mi vuole conoscere, dal punto di vista del suono. Certo lo fa per un suo preciso interesse. Desidera che io torni spesso sulla piattaforma, che la frequenti sempre di più, che rinnovi il mio abbonamento e che non vagheggi evasioni su piattaforme diverse. Desidera continuare ad essere pagata, pertanto cerca di rendersi utile. Anzi, lei punta ad essere indispensabile, ormai lo so. Anche io un po' la conosco.

Se non ti conosco, come posso cantarti qualcosa che ti piace?

Lo fa innegabilmente per un suo interesse. Che però, voglio dire, è anche il mio, in buona parte. Mi fa comodo, mi fa piacere, che nel tragitto casa-lavoro io debba appena pormi il problema se voglio ascoltare un po’ di musica italiana o di pop/rock o magari un sottofondo smooth jazz, e lasci a lei la bega di compilare la scaletta. Ieri, dicevo, mi ha regalato una serie di godibilissime canzoni italiane (a mia opinione, ovviamente, e il punto è proprio questo). Venditti, Fossati, Lauzi, Fabi, Graziani, Conte (niente, poi sono arrivato al lavoro proprio mentre Conte aveva appena finito di parlare delle donne che fanno pipì rischiando di perdersi il passaggio epico di Bartali, passando il testimone ad uno del calibro di Battisti, che a malincuore ho dovuto zittire). Ribadisco, sequenza mirabile e godibile.

Il ritorno è stato parimenti interessante, con uno scorrimento (diciamo così) sull'inevitabile Grande Raccordo Anulare condito dalle note (e le ugole) di Battisti, Fossati, Paoli, ancora Graziani, Zero, Venditti, De Gregori, Battiato, ancora Venditti (se volete impicciarvi un po' di più e disquisire sulla scelte musicali c'è sempre il mio feed che Spotify confida quotidianamente a last.fm).

Capiamoci. Quando parlo di canzoni, non intendo canzoni qualsiasi, ma tutte canzoni meravigliose, sia chiaro. Lei sa anche cosa preferisco di ogni cantautore, ormai. Sa molto, indubbiamente. Anche se ogni tanto mi provoca, butta lì in mezzo un brano che non conoscevo ma che giudica affine a quelli che ascolto di solito. Tipo, senti un po' questa Marco? Che ne dici, eh? (non glielo sento dire ma insomma è come se lo facesse). A volte così ho scoperto delle autentiche gemme. Insomma non mi tiene del tutto dentro la mia bolla, mi aiuta a scoprire cose nuove, sempre però in modo ragionato e progressivo.

Dunque alla fine, mi fa piacere essere profilato da Spotify. Non vanto alcuna privacy musicale da difendere, nei suoi confronti. Anzi, sono io che le dico vieni e impara dai miei gusti sempre di più, che mi fai contento. Sono lieto di essere profilato, anche se capisco che i miei dati rappresentino un valore, da lui giocabile in vari modi.

Che poi noi siamo un po’ strani, anche contraddittori a volte. Siamo capaci di passare una vita intera sperando che qualcuno ci profili adeguatamente, che apprenda i nostri gusti e le nostre simpatie, che intervenga e ci solleciti su cose che a noi specificamente interessano, che ci capisca a fondo, ma veramente a fondo. Esempi di questa nostra irresistibile aspirazione del cuore ce ne sono a bizzeffe, anche musicali (e parecchio struggenti). Abbiamo il desiderio profondissimo di essere capiti, completamente. Che ci sia, e sia vicino, chi mi conosce completamente, che ha realmente capito come sono (e mi ama così). Desiderio umanissimo, che ci porterebbe lontano analizzare.

Ma poi, ecco, ci irrigidiamo se qualcuno tenta di capirci davvero. Certo, già sento l’obiezione: Marco, il parallelo è troppo tirato! Qui non è un essere umano che si interfaccia con me, è appena una macchina. Non mi vuol bene, non mi capisce sul serio. Verissimo. Tuttavia è comunque un sistema che raccoglie informazioni su di me per migliorare il rapporto con me, mettiamola in questi termini. Sì certo, lo fa per i suoi interessi. Commerciali, lo consento.

Però così facendo, viene comunque incontro ad una mia esigenza, ad un mio desiderio. Proseguendo nella (sconsiderata) provocazione: preferisco ricevere pubblicità mirata rispetto a “consigli per gli acquisti” generici. Un libro di un autore che ho già letto, magari. Certo mi inquieta un attimo, vedere che appena dopo aver cercato (diciamo) tablet da otto pollici su Amazon, poi su un qualsiasi sito di notizie vedo diversi inserti pubblicitari sui vari tipi (guarda un po’) di tablet da otto pollici. Lì per lì mi inquieta un poco, poi mi passa. E magari un inserto pubblicitario di tablet mi interessa realmente, viene incontro ad una mia esigenza. Certo mi interessa di più di un modello di reggiseno (se non indossato) o una serie di otto chiavi a T snodate (dovendo ancora perfezionare l'entusiasmo per i piccoli lavori domestici). Non mi preoccupa di per sé che ci sia chi faccia soldi con alcune informazioni che mi riguardano, anche se questo non vuol dire necessariamente che sono disposto a svelarmi a lei (o a lui) completamente.

Insomma io voglio essere profilato. Voglio che si occupino di me, cose e persone (e anche animali). Forse è un rigurgito di narcisismo, forse una slittamento indebito su un terreno già scivoloso di suo, chi può dirlo. Ma va bene, insomma: occupatevi dei miei gusti. Fate la fatica di venire a conoscermi davvero, modellate il vostro servizio secondo quanto posso davvero gradire. Così il mio Spotify sarà unico, diverso da quello di tutti gli altri.

Ma sospetto anche, che già lo sia.

martedì 23 marzo 2021

Musei e tecnologia

Tutto cambia, e anche il modo di vivere l'arte deve cambiare. Non possiamo fermarci al biasimo, al lamento. Non è utile, non serve. Davanti alla disaffezione dei più giovani per i luoghi della cultura, come i musei, possiamo scegliere se riposare (si fa per dire) sul lamento o scegliere l'inventiva e la creatività.

Qui probabilmente entra in scena il famoso 5G. Che non è appena un cambio di velocità, il cui interesse potrebbe essere ristretto ad un manipolo di tecnici o fanatici. Senza cadere in enfasi eccessive, possiamo dire che si rendono possibili nuovi modi di usare la tecnologia, si possono fare più cose insomma. O farne di migliori, addirittura.

Il nuovo e l'antico, insieme. Una sfida (ancora) tutta da vivere.

Come spiega un succinto ma interessante articolo su Linkiesta, la tecnologia può essere il cuore di una rinascita culturale. Non sono cose ideali o belle speranze, possono essere cose molto concrete. Soprattuto con la recente conferma del Governo Draghi, di voler destinare gran parte delle risorse del Next Generation EU alla transizione digitale.

Si tratterà di usare queste tecnologie in modo davvero creativo, togliendo ogni velo di inattualità alle esposizioni museali, avvolgendole di un manto informatico tale - per esempio, da consentire a ciò che è antico di tornare (virtualmente) nuovo, a chi visita di immergersi nel tempo in cui quel che vede, era l'attualità. Di aiutare l'immaginazione, insomma. In modo rigoroso ed evocativo insieme.

Diciamolo, in questi tempi abbiamo più che mai bisogno di cultura, non quella barbosa ma quella che ci parla di noi, di cosa siamo, di come siamo, che ci fa sentire vivi. E la tecnologia che ci serve è solo quella che aiuta questo processo, sempre in corso, di individuazione dell'uomo.

Di tutto il resto, ormai, possiamo francamente farne a meno.

martedì 9 febbraio 2021

Apple come IBM?

Forse sì. Può essere così. Aria di rivoluzione, cantava Franco Battiato molti anni fa. E le rivoluzioni vanno e vengono. Che Apple sia stata un fermento di vera rivoluzione, negli anni passati, è indiscutibile. Che lo sia ancora adesso, forse, non è così certo.

E' possibile che dopo la dipartita del folle tiranno visionario Steve Jobs, il fermento di rivoluzione si sia sempre più affievolito? Fino magari a spegnersi? Che abbiano vinto definitivamente le logiche di mercato? Che insomma Apple sia diventata una azienda "tranquilla", volta al mantenimento dello status quo, senza desiderio di rischiare, un po' come una IBM ben assestata, insomma?

Apple, una rivoluzione ormai al termine?


Un’azienda certo dedita alla produzione di oggetti di alto livello (ad un costo studiatamente esclusivo), ma senza quella spinta innovativa che l’ha resa celebre? E con un orientamento decisamente volto a ritagliare dei margini ben precisi di intervento sulle proprie macchine, per giunta?

A volte si ha come l'impressione che la società funzioni come la Apple, che non voglia lasciarci prendere un cacciavite e guardare all'interno per capire da soli che cosa non va. (Matt Haig, Vita su un pianeta nervoso)

Ci pensano loro se qualcosa non va. Sono bravissimi, ma devi lasciarli fare. Tu, non impicciarti. Se non funziona qualcosa, loro te la cambiano. Alla fine questa cosa è frustrante.

Non so. Quando la rivoluzione si piega alla sua conservazione, contraddicendosi in essenza, di solito iniziano i guai. Aver messo a punto finissime strategie per pompare denaro nelle proprie casse è comprensibile, un po’ meno non usare veramente di questa presunta diversità per innescare un moto di cambiamento, oltre la pura logica di mercato.

Tutto è troppo equilibrato in Apple, insomma. Siate affamati siate folli diceva Steve nel suo più celebre discorso (quello sì, da rileggere). Qui più che fame c'è una moderata soddisfazione, come un po' un appetito spento. C'è un recinto dorato, fatto (certo) di tante belle cose software e hardware, poco permeabile verso l'esterno, che viene in effetti la tentazione di chiudervisi dentro. 

Ma sbaglieremmo.

Perché c’è un mondo da cambiare, in effetti. Non basterà un brand a darci la sensazione consistente che lo stiamo facendo, non basterà neanche credere di pensare differente. Ma questa, naturalmente, è un’altra questione.

sabato 9 gennaio 2021

Termini di servizio

Intorno a tutto il clamore per la chiusura dell'account Twitter di Donald Trump mi pare vi sia un fraintendimento. Soprattutto da parte di chi grida alla "censura". Ragazzi, ci stiamo forse dimenticando una cosa semplice, ma essenziale. Twitter, Facebook (e gli altri) non sono servizi pubblici, sono aziende private che fanno quel che fanno per un ritorno economico, non certo per garantire una prestazione di pubblica utilità.

In nessun modo essere "bannati" da un social equivale ad essere censurati (se lo si percepisce così è perché il nostro mondo è dopato dalla comunicazione su Internet). Usando l'infrastruttura di un social per pubblicare i nostri pensieri, siamo semplicemente (piaccia o no) ospiti e mai padroni di casa (e i nostri dati, parimenti). Ogni social come Twitter ha i suoi termini di servizio in base ai quali, peraltro insindacabilmente, può decidere di metterti alla porta. Termini di servizio che ognuno di noi, incluso Donald Trump, ha dovuto formalmente accettare al momento dell'iscrizione.

Così, se è ipotizzabile che una autorità pubblica possa intervenire per chiedere di oscurare determinati account (incitamento alla violenza, terrorismo etc) non mi pare ugualmente pensabile che si possa pubblicamente protestare quando questo oscuramento viene deciso dal servizio medesimo. Io, rappresentante della collettività, posso dirti cosa non devi pubblicare, non posso certo dirti cosa devi pubblicare, in pratica. Decidi tu, sono i tuoi server. Dopotutto, è casa tua.

Le regole le fa il padrone di casa... 


Infatti, se ci guardate bene, Twitter dice che l'account di Donald è bloccato per violazione dei termini di servizio. Questo è. La cosa strana anzi è che non sia accaduto prima (sarebbe un altro argomento da sviluppare).

Nessun problema, dunque? No, il problema c'è, ed è grande. Ma non è legato direttamente alla censura. Viene detto molto bene in questo tweet di Licia Troisi.

Eccolo qui, il vero problema.

giovedì 7 gennaio 2021

Le vaccate e la lotta

Decisamente interessante il fondo di Luca Sofri significativamente titolato Vaccate apparso pochi giorni fa su Il Post. Riguarda qualcosa che interessa ognuno di noi, riguarda l'abbattimento verso il basso di tanta comunicazione.

... del meccanismo democratico si sono impadroniti in questi anni coloro che ne hanno capito i trucchi (una cattiva informazione, un lavoro di propaganda menzognera, una celebrazione dell’ignoranza e dell’egoismo, lo rendono sterile e fallimentare), e le leggi del libero mercato in assenza di principi etici generano mostri e ingiustizie, lo sappiamo da secoli.

Che sia la pubblicità che domina l'universo neoliberista è ben noto. Che sia il vero pilastro intorno a cui tutto si organizza, l'unica cosa indiscutibilmente vera in questa distorsione di priorità e di valore in cui siamo da tempi immersi. 

Più bravi noi di loro, a fare vaccate... 

Quello che a volte ci manca è il desiderio concreto di uscirne, e prima ancora meglio la percezione che sia possibile uscirne. There is no alternative è la risposta usuale del nostro cervello davanti a questioni del genere. Raramente ci viene da pensare che possa essere una menzogna, che ripetiamo a noi stessi. Che si può lavorare verso qualcosa di nuovo, di diverso, di migliore. Iniziando proprio dal linguaggio, dall'uso delle parole, che è poi il vero tema dell'intervento di Sofri.

La vera vaccata sarebbe questa, dopotutto. Rinunciare a cambiare.

martedì 22 dicembre 2020

Android Go, cosa è essenziale (e cosa no)

Mi piace l’idea. Una versione di Android fatta apposta per dispositivi poco potenti. Android Go si presenta dichiaratamente per chi ha un telefonino non troppo performante. Il sistema operativo non è istallabile dall’utente ma dovrebbe arrivare con il telefonino stesso. Questo dà ai produttori, di fatto, una scelta tra che “livello” di sistema implementare, che non mi sembra affatto male.

Il punto di forza vero di Android, dovrebbe essere la sua flessibilità (Crediti: Google)

Chiaramente le animazione e tutto il “superfluo” è mantenuto all’osso nella versione Go, privilegiando le cose essenziali. In questo modo si può scegliere di comprare uno smartphone pagandolo a seconda dell’uso effettivo che si intende farne. Un appassionato di tecnologia estrema e una mamma di famiglia (o una nonna) avranno cose diverse da chiedere al proprio smartphone, faranno girare un numero di applicazioni molto differente e si disporranno fisiologicamente su richieste assai diverse. Non ha alcun senso far pagare 500 Euro per un telefonino a chi usa risorse per un quinto del suo prezzo. Quindi è bene che vi siano telefoni differenti e sistemi operativi sintonizzati con l’hardware.

Il mercato è (o dovrebbe essere) anche questo, rispetto per gli utenti. Il rispetto è usabilità, soprattutto. E intelligenza. In realtà, in effetti, la vera peculiarità di Android (rispetto a iOS) è il ventaglio estremamente ampio di dispositivi su cui viene istallato. Un telefono entry level di 100 Euro e uno top edge di 1500 Euro si differenziano in tutto, tranne che nel sistema operativo. Dunque è giusto anche rendere questo sistema più flessibile e granulare, per venire incontro alle diverse esigenze.

Un sistema operativo che rispetta l’hardware non spingendolo verso inutili fatiche si traduce nel rispetto per l’utente, recuperando un uso calibrato delle risorse, sapendo cosa è essenziale e cosa no.

Consapevolezza che è sempre particolarmente sfidante, e certo non solo in ambito tecnologico.

mercoledì 16 dicembre 2020

Le regole per Internet

Quando ero ragazzo ho avuto un privilegio unico: ho assistito in diretta alla nascita di Internet. Non è cosa da poco. Al tempo, c’era la eccitante sensazione che Internet fosse finalmente un territorio libero, fuori da ogni restrizione e ogni regola. Era l’espressività totale, incondizionata. E basta.

Certo per un po' lo è stato davvero. Ed ha rappresentato una stagione incredibile, forse unica nella storia. Ora non è più così. Le regole, che temevamo come emanazione dei vari enti governativi, sono invece venute dal mercato. Questo ora detta le regole, e la libera espressività - se pure formalmente garantita - è compressa e annichilita dalla logica del profitto. Internet non è più la libertà del pensiero, è innanzitutto un business. Così le multinazionali decidono come possiamo esprimerci sui social, censurano o consentono, ultimamente guidati dal loro (sacrosanto, in un certo senso) modello per massimizzare i profitti.

Internet non può essere lasciato alla logica del più forte. Non può più, non è più un gioco da pari a pari, da appassionati artigiani del web. La stagione dei radioamatori del www è finita, per sempre.

Bene fa l’Unione Europea a perseguire l’obiettivo di regolamentare il campo, iniziando a porre degli importanti argini allo strapotere praticamente incontrollato dei giganti come Google, o Facebook. La UE vuole riscrivere le regole per Internet, leggo. Questa è una battaglia importante che nell’era digitale diventa una battaglia per la vivibilità del mondo, senza qualificazioni di settore. L’informatizzazione infatti, è ormai ovunque.

Va quasi da sé, che simili “imprese” sono possibili solo in una Europa unita e in movimento coerente, un’Europa che non rinuncia al suo sogno, e da questo costruisce. Nessun paese da solo ha armi sufficienti. Uniti si combatte e si può (forse) vincere. I sovranismi più che mai mostrano qui la loro impotenza, anche digitale. Probabilmente, non li rimpiangeremo.