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sabato 9 gennaio 2021

Termini di servizio

Intorno a tutto il clamore per la chiusura dell'account Twitter di Donald Trump mi pare vi sia un fraintendimento. Soprattutto da parte di chi grida alla "censura". Ragazzi, ci stiamo forse dimenticando una cosa semplice, ma essenziale. Twitter, Facebook (e gli altri) non sono servizi pubblici, sono aziende private che fanno quel che fanno per un ritorno economico, non certo per garantire una prestazione di pubblica utilità.

In nessun modo essere "bannati" da un social equivale ad essere censurati (se lo si percepisce così è perché il nostro mondo è dopato dalla comunicazione su Internet). Usando l'infrastruttura di un social per pubblicare i nostri pensieri, siamo semplicemente (piaccia o no) ospiti e mai padroni di casa (e i nostri dati, parimenti). Ogni social come Twitter ha i suoi termini di servizio in base ai quali, peraltro insindacabilmente, può decidere di metterti alla porta. Termini di servizio che ognuno di noi, incluso Donald Trump, ha dovuto formalmente accettare al momento dell'iscrizione.

Così, se è ipotizzabile che una autorità pubblica possa intervenire per chiedere di oscurare determinati account (incitamento alla violenza, terrorismo etc) non mi pare ugualmente pensabile che si possa pubblicamente protestare quando questo oscuramento viene deciso dal servizio medesimo. Io, rappresentante della collettività, posso dirti cosa non devi pubblicare, non posso certo dirti cosa devi pubblicare, in pratica. Decidi tu, sono i tuoi server. Dopotutto, è casa tua.

Le regole le fa il padrone di casa... 


Infatti, se ci guardate bene, Twitter dice che l'account di Donald è bloccato per violazione dei termini di servizio. Questo è. La cosa strana anzi è che non sia accaduto prima (sarebbe un altro argomento da sviluppare).

Nessun problema, dunque? No, il problema c'è, ed è grande. Ma non è legato direttamente alla censura. Viene detto molto bene in questo tweet di Licia Troisi.

Eccolo qui, il vero problema.

martedì 30 luglio 2019

Paola, e la bellezza intorno

Non c'è niente da fare, apparentemente.  Siamo abituati al lamento, e questa attitudine irriflessa, che spunta sempre inesorabile, quando non siamo intimamente disposti ad un lavoro su di noi, si riflette e si trasmette in quello che vediamo ed incontriamo. Ed ovviamente (ed è per questo che ne scrivo qui) anche nel mondo digitale, che è specchio abbastanza fedele di quello che usiamo chiamare reale. 

Questo mondo dei social, che illustri analisi di esperti ed esternazioni di meno esperti, consegnano spesso ad un giudizio negativo senza possibilità di appello (salvo poi, almeno per i non più giovanissimi, ad usarlo comunque, al ritmo inesorabile della quotidianità), ecco, questo mondo dei social, ha una sua parte buona, una parte virtuosa che noi pure utilizziamo, di cui ci gioviamo, ma senza quasi accorgercene. 

Ovvero, senza mettere l'accento sul positivo. Che pure ci farebbe bene, molto bene.

Quanta "carica positiva" può passare su Internet? Più di quanto pensiamo...

Per questo credo che raccontarci storie buone che riguardano l'uso dei media, non significhi affatto chiudere gli occhi sui tanti usi distorti che se ne possono fare, e che ben conosciamo. Tutt'altro: significa rischiare di aprirli davvero, quegli occhi, e mettersi di fronte ad una rivoluzione totale del modo di agire e pensare, il cui meccanismo propulsivo si trova proprio in questa innovazione tecnologica che ha investito la fine dello scorso secolo, di importanza senz'altro paragonabile all'invenzione della stampa nel quindicesimo secolo.

giovedì 6 dicembre 2018

Problemi di crescita, in fondo.

Decisamente, non sono finiti i guai per Facebook. E' notizia di ieri, una commissione del parlamento della Gran Bretagna ha diffuso un documento di 250 pagine che mostrerebbero come la società abbia agito in modo selettivo per avvantaggiare alcune società nell'utilizzo della piattaforma, a scapito di altre. 

Al di là delle responsabilità, da accertare, è comunque significativo che la società di Zuckerberg stia da tempo navigando in acque non troppo tranquille. E' probabilmente il segno di una epoca, di un cambiamento nel modo di vivere e pensare la rete, per cui una sola grande entità comincia a stare stretta a molti. Sì, siamo abituati a vivere dentro Facebook, ma iniziamo anche ad avere una sensibilità più accorta, più educata.  Diventiamo piano piano utenti con maggiore consapevolezza.

Nel contempo, il potere della società dell'informazione è molto cresciuto. Quello che può fare oggi Facebook, nel bene e nel male (nell'informare o manipolare) non ha semplicemente alcun confronto con quello che poteva fare due o tre anni fa. E dunque il potere che consegnamo nella mani di questa entità informatica diventa - inevitabilmente - sempre più grande.



E' significativo anche quello che sta accadendo da noi, con la corrosione progressiva degli strati intermedi, delle camere storiche di elaborazione, di costruzione di un senso. Come i giornali, e i giornalisti: strato appunto di produzione di un pensiero che si nutre di quanto avviene e ne restituisce un quadro, per quanto possibile, levigato, coerente. Magari di parte, comunque meditato. 

Il salto degli strati intermedi è tale per cui un politico (specie quelli di oggi), preferisce di gran lunga affidare il proprio pensiero ad un social network (Facebook, o Twitter) elidendo d'un colpo solo gli strati intermedi di elaborazione, che si ritrovano spesso - ironia della sorte - ad inseguire la notizia dopo che ha ormai già raggiunto gli utenti. Cercando poi di fornire quell'elaborazione ormai posticcia, che un tempo poteva venire offerta in debito anticipo sul fatto stesso, o almeno in compartecipazione con esso. 

Da Donald Trump al nostro Presidente del Consiglio, non si fa mistero di preferire questo canale così attrattivamente diretto per riferire ai simpatizzanti il proprio pensiero, la propria decisione su un argomento o un'altro. In questo modo però i social network guadagnano un potere ancora superiore, ancora più drastico, e una influenza diretta nella vita e nelle decisioni della gente. Questo nuovo potere è destabilizzante perché non arriva al termine di un processo ragionato e con una debita elaborazione concettuale, ma giunge come in vertiginosa salita, possiamo dire. Così che non è poi strano che possa provocare inciampi e incongruenze, come troppa benzina che arrivi di colpo ad un motore, progettato e concepito per un consumo molto più spartano.

Dopotutto Facebook partì, nell'ormai lontano 2004, come un progetto di uno smanettone,  ad uso e consumo esclusivo degli studenti dell'università di Harward. Adesso, dopo poco più di una decina d'anni - nonostante il periodo un po' problematico - si trova a detenere un posto di architrave nel sistema di informazione e comunicazione mondiale. Non troppo diverso il caso di Twitter, nato due anni dopo come sistema per inviare SMS ad un ristretto numero di persone. 

Ora Facebook e Twitter sono usati dalle persone più potenti ed influenti della Terra, per comunicare direttamente il proprio pensiero. 

Normale che di tanto in tanto presentino  qualche piccolo problemino, mostrino segni di qualche crisi di crescita. Vorrei vedere, voi. 

martedì 30 ottobre 2018

Verso una rete multicolore?

Se nel post precedente abbiamo parlato della chiusura di Google+, l'unica vera possibilità di sfidare Facebook sul suo stesso terreno, dobbiamo dire però che anche quest'ultimo non se la passa molto molto bene.

Cioè, insomma.

E' sempre il primo social network al mondo. Il che non è poi male, come risultato. Però ci sono anche dei segnali, delle tendenze, che portano a pensare che, dopotutto, l'era Facebook sia in fin dei conti come le altre, ovvero abbia un inizio ma anche una fine. 

Segnali e tendenze che meritano attenzione.

Piccola parentesi. Così è stato, proprio così è stato, per l'epoca Yahoo! del resto. Il trionfo e la caduta del web uno punto zero è stato segnato dal percorso di questa azienda (i meno giovanotti se lo ricordano senz'altro). Tutto era di Yahoo!, ogni servizio valido era suo, in pratica. O se non era suo poco male: lo compravano, e lo diventava. Insomma, niente sembrava poter scalfire questo dominio. 

E poi... è andata come è andata. Sono arrivati Google, poi Facebook. I servizi Yahoo! sono (più o meno) ancora in giro, come fossili nell'ambra, quasi, come segni di un modo di intendere il web che non è più, che ora semplicemente, non è più.

La rete deve rifrangere ogni colore, in modo limpido, aperto, nuovo. 

Questo forse è il nostro problema, che è un problema percettivo, prima di tutto. Siamo abituati ad un orizzonte piccolo, troppo vicino. Noi siamo come schiacciati in un eterno presente, per quanto riguarda il web, tanto che rischiamo di non farci quasi più caso. Sì, la situazione può cambiare, per Facebook. Le voci critiche sul modo di operare del gigante dei social, sono sempre più numerose, e hanno diversi argomenti, anche piuttosto solidi.

Molti tra i più giovani hanno ormai abbandonato Facebook per Instagram, privilegiando un modo di comunicazione che avviene principalmente per immagini. Intanto, i problemi e le grane di Facebook - e non solo i dividendi - continuano a crescere.

Questo può essere visto anche con ottimismo, nella misura in cui si spera possa aprire l'epoca di una rete più poliedrica, portatrice di colori diversi, di modi e mondi diversi. 

Nel complesso, per quanto Facebook sia grosso modo sempre uguale a sé stesso, sono i tempi con i quali si deve confrontare, che cambiano. Dall'inizio dell'era Facebook, si è molto modificata la nostra coscienza critica sull'uso dei dati personali, per esempio. Siamo sempre più consapevoli che la tutela di questi dati è continuamente a rischio, in un word wide web così pervasivo e tecnologicamente evoluto. E siamo sempre più avvertiti del ruolo decisivo che un'entità come Facebook può giocare in contesti molto variegati e esterni al web, dalla scelta di che prodotti consumare all'esito delle elezioni politiche negli stati sovrani. 

Ci sono insomma segnali sempre più forti che ci dicono che le cose non possono andare avanti in questo modo. Abbiamo bisogno realmente di una rivoluzione nell'uso degli strumenti digitali. Una rivoluzione non violenta, lenta, ma reale. Per tanti versi, si capisce, chi è in posizione di potere cerca di mantenere lo status quo. Eppure è un lavoro difficile, sempre più difficile mano a mano che il contesto cambia, la percezione di rischi e benefici si allarga. La consapevolezza si diffonde. 

La grande rete è totalmente diversa da come era nel 2004, anno di nascita di Facebook. Ed è in continua mutazione, in mutazione accelerata. L'unica per sopravvivere, è reinventarsi continuamente, è essere trasparenti davvero, è essere aperti davvero. Abbandonando pretese monopolistiche perseguite in modi opachi. Sognare una rete varia e multicolore, governata da una vera pluralità di soggetti, deve essere quello che ci spinge, la visione. 

Trasparenza, apertura, disponibilità alla coabitazione con altri soggetti. Piace pensare che chi vince, alla fine, chi rimane, lo possa fare per queste qualità. 




martedì 9 ottobre 2018

Ciao ciao, Google +

Sono quelle cose che lo sai, lo senti, ad un certo punto devono accadere. E' nell'aria, insomma: anzi a volte ti domandi ancora perché non accade, perché non sia accaduto già. Così, quando mi hanno segnalato che Google+ avrebbe chiuso, in fondo, non mi sono stupito. 

Semmai mi sono stupito del fatto che non fosse già accaduto.



Scrivono adesso che il fatto è dovuto essenzialmente ad una falla di sicurezza. D'accordo, ma non mi convince del tutto. Del resto, Facebook ha avuto simili problemi, e sappiamo bene tutti come questo non abbia comportato alcun rischio di chiusura.

No, la cosa è un'altra. Questa semmai è l'occasione "giusta", quello che serviva, per chiudere. Alla fine lo dice Google medesima, quasi a mezza bocca.  Lo dice lei qual è la vera ragione:

the consumer version of Google+ currently has low usage and engagement: 90 percent of Google+ user sessions are less than five seconds

Dunque essenzialmente, chiude perché non è riuscita a sfondare. La gente non ci rimane, non ci dimora, su Google+. Viene qui, se viene, ma scappa altrove, subito. Su questo fallimento, ognuno può avere le sue idee. Essenzialmente, anche se ce lo aspettavamo, è una cosa che ci lascia l'amaro in bocca. Perché sancisce inequivocabilmente il primato di Facebook + Instagram, se vogliamo, le creature di Zuckerberg. E non ci dispiace perché non sono buone, o cose simili: in questa sede, tale argomento non lo consideriamo affatto. Ci dispiace perché non esiste più alcuna vera alternativa. Il progetto più credibile, quello con più investimenti alle spalle, sta sventolando bandiera bianca. La gente identifica sempre di più un social network con Facebook/Instagram, ormai. Non c'è verso di poter sviluppare un pensiero diverso.

Questo è abbastanza grave. 

Non c'è verso di pensare un modo diverso per far andare avanti le cose. Un modo diverso per gestire le community, i gruppi, le pagine. Non c'è più spazio per un pensiero differente. Siamo omologati sul modello di Facebook, sulle storie di Instagram. Tutte cose molto ben fatte, per carità. Ma quello che si è perso, si sta perdendo, è una modalità diversa di vedere le cose. 

Quando c'è un solo modo di vedere le cose, è comunque un impoverimento. Anche se quel modo fosse fantastico, fosse mirabolante. Già cinque anni fa parlavamo, in questo blog, di omologazione informatica, e ora non possiamo che ribadire questo concetto, ritornare su questo pericolo, sempre più reale. 

Il web del 2018 è un business molto strutturato, non c'è spazio per innovazione ed improvvisazione, non è il web di vent'anni fa. Google pure si adegua. Google che, dalla sua, ha già una lunga serie di servizi interessanti che ha drasticamente interrotto, da Wave, a Jaiku, a Buzz... esperimenti interessanti, a volte molto interessanti, che hanno visto una fine drastica e (in certi casi) prematura. 

Dobbiamo stare attenti. Vivendo dentro Facebook, dentro Instagram, senza nemmeno renderci conto, ne assorbiamo le regole, ci nutriamo del suo modo di vedere il mondo. A rischio è la varietà e la possibilità di un pensiero diverso, che sempre più non ha argini, non ha modalità espressive. E questo, lo ripetiamo, anche se Facebook fosse un ambito estremamente virtuoso ed esente da criticità (come non pare che sia, basti pensare al caso Cambridge Analytica). 

Questo incide sul nostro vivere, incide più di quanto saremmo portati a pensare. Avverte Marco Guzzi,  nel volume La nuova umanità, che "le tecnologie non sono semplici strumenti messi nelle mani di un uomo che se ne può servire come vuole restando comunque identico a se stesso, ma sono piuttosto pratiche complesse che plasmano e trasformano le nostre mani, e che quindi manifestano di volta in volta l'essenza storica (l'epocalità intrinseca) del nostro essere uomini."

Chi ha vissuto l'epoca gloriosa della nascita del web, ricorda bene come Internet fosse davvero un campo di eventi che, nei fatti, rappresentava un formidabile volano per la creatività e l'iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi. Ora non è più così, ora per sfondare ci vogliono investimenti massicci e team molto preparati. Probabilmente è una mutazione inevitabile, e non servirà a molto, i questa o altre sedi, rimpiangere i bei tempi antichi.

Serve solo, e serve urgentemente, essere consapevoli del tragitto che sta percorrendo il web. Per non subirlo, o viverlo passivamente, ma esserne - per quanto è possibile - protagonisti attivi, avvertiti dei vantaggi e dei rischi. Davanti ad una prospettiva di omologazione totale, riprendere la libertà creativa d'essere uomini nuovi, di abbeverarsi comunque ad un progetto di nuova umanità. 

Uomini che usano il fatto tecnico, senza per questo esserne usati. 




martedì 28 agosto 2018

Perché stiamo su Facebook?

In questo piccolo blog, ci siamo occupati spesso di Facebook, e dei social network in generale. E come potrebbe essere altrimenti, verrebbe anche da chiedere, vista la pervasività che ha assunto negli ultimi anni il fenomeno social. Lo sappiamo, lo sappiamo bene: è qualcosa che è entrato irresistibilmente come abitudine nella nostra vita quotidiana, qualcosa alla quale abbiamo fatto spazio, perché evidentemente rispondeva ad un bisogno, ad una esigenza. 

La nuova umanità, la figura di uomo moderno che si sta faticosamente facendo strada, ha come incorporata una esigenza di comunicazione a largo spettro, che superi le distanze e le differenze tra le persone, che si aggreghi intorno ad alcuni poli di interesse, che possa farci sentire insieme durante gli eventi e attraverso le difficoltà. 

Chiunque abbia figli in età adolescenziale (e anche più grandi) osserva come ormai naturalmente essi si muovono nello spazio social che le varie piattaforme offrano, di come spesso lo integrino nella loro vita quotidiana che (a parte casi patologici) si svolge tanto online quanto offline, in un ibrido che coinvolge le diverse opzioni senza apparente soluzione di continuità: si va ad un evento e si prosegue online con le foto e i commenti, si rinforza la connessione sociale trovandoci online con le persone che conosciamo e con le quali abbiamo condiviso qualcosa nella vita reale, ci si mette d'accordo magari attraverso un gruppo WhatsApp per vederci da qualche parte, e così via. 

Maturare una nuova consapevolezza nell'uso di Facebook, sarà tutto a nostro vantaggio... 

Tutto questo, di cui volutamente ho sottolineato la parte virtuosa, non deve farci dimenticare che c'è anche una riflessione importante da portare avanti, ed è più urgente che mai. Ora che la  gioiosa ed un po' anarchica frammentazione informatica degli anni della giovinezza di Internet si è risolta calamitando i servizi intorno a pochissimi grandi poli (Google, Apple, Amazon, Facebook...), le preoccupazioni di un controllo e di una influenza sulla nostra vita (vedi il recente caso di Cambridge Analitica) ad opera dei nuovi potenti, non è più una nostalgia da complottisti, ma ha seri motivi per essere indagata, con serena pacatezza ma anche con grande attenzione. 

Il problema è - scarnificando all'osso - se questo ecosistema garantisca la fioritura di un pensiero diverso da quello tecnico-commerciale di cui sostanzialmente si innerva questa struttura di byte che avvolge ormai tutto il nostro quotidiano. Non dimentichiamo che tutti questi servizi sono infatti prima di tutto, appunto, servizi commerciali e dunque il loro primo interesse è quello di realizzare profitto. Per la maggior parte dei casi, noi non paghiamo alcuna quota, e dunque il valore che portiamo, è ben noto, sono i nostri dati, ovvero la nostra stessa vita, rimappata in cifre e tabulati. 

Dunque è bene fin da ora non cavalcare acriticamente il fenomeno, ma sviluppare e rinforzare via via  una riflessione critica che, senza demonizzare inutilmente la tecnica moderna e le sue irrinuciabili acquisizioni, ci permetta di acquisire una consapevolezza più globale, di questo cambiamento di epoca, del quale i mezzi di comunicazione informatica sono un segno molto forte. 

In questa direzione si muove una interessantissima puntata di Eta Beta, trasmissione su Radio Uno condotta da Massimo Cerofolini, che allarga la riflessione su Facebook all'ambito filosofico ed anche spirituale: un felice ampliamento che probabilmente il fenomeno stesso impone, se non si vuole rimanere in una analisi ristretta, lacunosa e alla fine inefficace. Questo è possibile grazie agli ospiti d'eccellenza,  tra i quali Marco Guzzi (filosofo, poeta, fondatore dei gruppi Darsi Pace, autore del volume Facebook, il profilo dell'uomo di Dio) e Luciano Floridi, filosofo dell'università di Oxford e autore del libro La quarta rivoluzione, come l'infosfera sta trasformando il mondo. 

Vi invito ad ascoltare il podcast della puntata, perché proprio da una analisi ad ampio spettro come questa, possono venire spunti utili per incrementare la propria consapevolezza, per stare dunque su Facebook finalmente come cittadini e non come sudditi. Il problema è infatti anche politico, come viene correttamente indicato nella parte conclusiva del programma. Scoprire, o riscoprire questo, alla luce delle parole di costruzione spese nella trasmissione, è necessario ed improcrastinabile. 

Tutto ciò, direi, proprio per garantire più spazio alla nostra libertà, alla nostra libera espressività, che alla fine è l'unico vero valore che potrà mai utilmente circolare su Facebook. Come su ogni altro social, presente o futuro.


venerdì 6 luglio 2018

Blogger, reloaded?

In effetti questa è una delle piattaforme di blogging più antiche. Anzi, è stata la piattaforma da cui tutto è partito. Il fenomeno blog, messo un po' in sordina dall'esplosione dei social, sembra parte di un web antico, eppure ancora c'è. Blogger - risalente al secolo scorso, addirittura - è stata come sappiamo comprata da Google, ed è attiva tuttora. E dopo varie opzioni, diverse prove, diverse scelte, sto ricominciando ad apprezzarla. In confronto al tasso di innovazione e alla velocità di variazione di tanti ambienti come Wordpress, Medium, etc - diciamolo subito  - è una specie di dinosauro, di bradipo, insomma in movimento lento.

Lentissimo.

Blogger ha questo, di suo. Può far passare anni, senza che venga introdotta alcuna modifica. Interi anni (un anno, per un progetto Internet, equivale a mille secoli nel mondo reale). Tanto che ti chiedi se sia rimasto acceso solo per caso, magari qualcuno in Google si è dimenticato di spegnere l'interruttore. Tipo, non so, chi lo chiude Blogger stasera? Ok, faccio io. Ricordati però prima che vai via, eh. 


Blogger è una faccenda per cui, nel suo blog (sì esiste un blog dedicato), può passare tranquillamente più di un anno da un post al successivo. Per esempio, il penultimo post è di marzo 2017, e l'ultimo è di maggio del 2018. Insomma con tempi dilatati tanto che pensi, beh, ma c'è ancora qualcuno lì? 

Però nella sua lentezza, nella sua impermeabilità a ogni meccanismo social, ha i suoi pregi.

Per essere uno strumento gratuito, ne ha diversi. Per esempio, un controllo completo sul tema. L'editor dei temi arriva a livello delle linee di codice, permettendo di effettuare online delle modifiche il cui unico limite è la conoscenza del codice HTML e dei CSS di chi vi si trova in mezzo. Wordpress, nella sua versione dot com, non permette che minime modifiche.

Ha poi una sua essenzialità, che trovo molto adeguata per siti personali o comunque di pretese relativamente modeste. 



Blogger permette anche di associare un nome a domino senza pagare nulla, come del resto fa Tumblr (e basta, credo). Certo, i temi di Wordpress sembrano più carini, nella media, ma si può sopravvivere lo stesso. 

Si potrebbe continuare con elenco di pregi e difetti, ovviamente.  Certo che alla fine è tutta questione di gusto, è una questione più emotiva che razionale. Così nell'espressione in rete la parte del cuore gioca un ruolo fondamentale, ora e sempre, anche quando si vorrebbe fare rotta verso una asetticità e un pragmatismo più elevato. 

Meno male che non è così, meno male che anche qui possiamo sempre ripartire dalle emozioni, forse la parte che più di ogni altra attende di essere trasmessa in rete, per creare risonanze ampie e virtuose, fuori dalla litigiosità coatta di tanti social. Ci vuole una presa d'aria, un momento di tranquillità. 

Dove pesare le parole, levigarle, assestarle. Assecondarle. 

E fare spazio all'idea di... riprendersi questo spazio. 
Dopo vari tentativi, diversi esperimenti, Wordpress, VPS, Medium.... 
Lentamente, pacatamente. 

Forse, ritornare. 

lunedì 10 febbraio 2014

Twitter, Facebook e le olimpiadi

Ormai le oscillazioni sono finite, il sistema è stabilizzato. E credo che rimarrà così per un bel pezzo. Ci sono due social network - o al massimo due e mezzo, se vogliamo. I due social, lo sappiamo tutti, sono Facebook e Twitter. Il mezzo, se vogliamo considerarlo così, è Google Plus. Google sta spingendo tanto il suo clone di Facebook (con qualche differenza in meglio e qualcuna in peggio) ma la mia sensazione è che sia comunque arrivata troppo tardi, quando la convergenza universale verso Facebook aveva già tagliato fuori le varie alternative. E ridotto drasticamente la varietà di possibili opzioni, anche future. 

Mi viene in mente questi sere seguendo (a volte distrattamente) le trasmissioni di Sky relative alle olimpiadi invernali in corso di svolgimento. Anche se sono intento a fare altro, la mia mente filtra le parole interessanti, e soprattutto mi colpisce come - in diverse occasioni - rilancino diverse volte l’hashtag per comunicare messaggi alla redazione via Twitter.

Questo mi fa capire bene quanto sia cambiato il mondo informatico, rispetto a pochi, pochissimi anni fa. Quanto all’esplosione di piattaforme e di possibilità si sia succeduto rapidamente una fase contrattiva, dove tutto l’interesse si è raggrumato rapidamente intorno a pochissime piattaforme. 

Traffic sign 209195 640

 Ormai non sembra vi siano molte altre possibili direzioni...

Facebook e Twitter, lo sappiamo. I due hanno staccato tutti gli altri e sono da tempo in volata (anche perché quasi tutti gli altri… sono morti, informaticamente parlando). Difficile a questo punto pensare di riprenderli. Google Plus sta provando a staccarsi dal gruppo e tirare, raggiungerli nella volata. Ha dietro la forza di Google, un gigante della rete. Anzi, il gigante. 

Ma l’impressione inevitabile, è che abbia iniziato a correre troppo tardi. 

Intanto che Google si chiedeva cosa fare, provava con l’acquisizione di Jaiku, con Buzz… La condensazione si stava verificando. La direzione delle cose si stava delineando… 

Per la televisione, per i giornali, i network sono solo due, solo i due che hanno fatto la volata. La gente in media non ha voglia di lambiccarsi il cervello con altre piattaforme, con altri modi di fare le cose. Soprattutto, non vede la necessità di andare in un posto diverso da dove trova più facilmente i suoi amici. Difficile non essere su Facebook: è possibile, ma è diventato quasi uno snobismo, un po’ come non possedere un telefono cellulare, in qualche modo. Un modo per differenziarsi, insomma.

La persona “normale” (trattasi di persona non fissata sull’analisi di pro e contro delle varie piattaforme sociali in Internet) trova i sui amici su Facebook, poi non è che gli importa troppo sapere, ad esempio, se il meccanismo biunivoco di amicizia di Facebook è meglio o peggio dello schema di Twitter di followers e following. Che ci vado a fare su G+ se i miei amici sono altrove? E’ come andare a prendere un aperitivo in un bar bellissimo ma vuoto mentre i tuoi amici magari stanno al baretto “scarruffato" all’altro angolo della strada. Meglio andare lì, no?

Perché poi abbiano fatto loro due la volata, e non altri, rimane ampiamente materia di dibattito. Un po’ come chiedersi perché a suo tempo il VHS ha vinto sul Betamax (se non capite di cosa parlo tranquilli, vuol solo dire che siete beatamente giovani). Di cose interessanti ne sono fiorite: Identi.ca, Jaiku, Quaiku… e tanti altri che ora nemmeno ricordo. Che come early adopter, ho provato, ho esplorato… e poi li ho visti pian piano deperire, assottigliarsi, annaspare... morire. Il dispiacere più grande sono stati Jaiku e Qaiku. Avevano molte caratteristiche interessanti. Ma è andata così. Penso da un certo punto di vista, abbia vinto la semplicità, perfino la povertà di opzioni, in certi casi.

Doveva succedere. C’è una indubbia convenienza ad essere tutti su un paio di social network. E’ facile trovarsi. Quello che ci siamo persi, è questo: la nozione che c’è più di un modo per farlo, per prendere a prestito il motto assai efficace del linguaggio PERL. Ormai pensiamo “stile Facebook” … le amicizie, i gruppi, i commenti. Pensiamo possa essere soltanto così. 

Macché. Piuttosto, la nostra forma mentis si è sagomata sull’architettura di Facebook.

Un poco come quando la gente confondeva computer con Windows, oppure browser con Internet Explorer. Sfuggiva il fatto che ci fossero più modi per interagire con il computer (linux, Unix, Mac OS….) o per navigare in Internet (Firefox, Safari, Opera…). La mente si adeguava allo scenario conosciuto e lo veniva piano piano a considerare come l’unico possibile. 

Adesso accade più o meno la stessa cosa, con i social network. La cosa ha appunto molti vantaggi, ma accanto ad essi rimane un cruccio - almeno per chi scrive. Che la varietà che era esplosa qualche anno fa, si sia contratta, si sia ripiegata e annullata. Ovviamente è una generalizzazione, suscettibile di eccezioni e approfondimenti: vediamo bene che sono sorti in tempi recenti altre realtà interessanti, come Instagram, Tumblr, etc. 

Tutto vero. Ma se accendete la televisione su Sky olimpiadi, per dire, per comunicare con la redazione, vi daranno l’hashtag  per Twitter. Se tornate dal lavoro e ascoltate RadiTre (per darvi un tono piuttosto culturale, anche se siete in macchina da soli e comunque non se ne accorge nessuno) ogni trasmissione del pomeriggio si aprirà fornendovi il suo riferimento su Facebook. 

Questo è.

martedì 27 agosto 2013

E' meglio Facebook. Anzi no, Twitter

Vi avviso subito. In questo post sto per violare una regola elementare. Quella che viene insegnata appunto in ogni rispettabile scuola primaria di primo grado. La regola riguarda, chissà perché, la frutta. La conoscete, è questa: non si sommano le mele con le pere. Ora, a parte il fatto che non ho mai capito bene perché (se sommo tre pere e quattro mele avrò appunto questo, tre pere e quattro mele. Posso semmai capire che non si moltiplichino le mele con le pere: due pere per tre mele che mi darebbe?)

Per passare dalla frutta all’informatica, vi spiego la mia perplessità. Sto per confrontare Facebook con Twitter. Certo, lo sappiamo bene tutti che sono social network, ma presentano caratteristiche fondamentalmente differenti uno dall’altro. Tali che appunto rendono abbastanza inutile - anzi, mal posta - la domanda su quale dei due sia migliore. Non si confrontano mele con pere, insomma.

Attenzione a non confonderle con mele... 

Una cosa in comune ce l’hanno, comunque. Sono le due reti sociali sopravvissute alla grande potatura (per rimanere in ambito agrario...) avvenuta spontaneamente negli ultimi anni: i due esperimenti che hanno ottenuto un successo stabile e (a quanto sembra) duraturo. L’ho detto, ma lo ripeto: sono gli unici due network “incorporati” nei sistemi operativi Apple. Piaccia o non piacciano i prodotti della casa di Cupertino, è un indiscutibile riconoscimento di chi sta dominando la scena.

A parte questo, in ogni altra cosa si differenziano. Twitter è più minimalista, più ferreo nel mettere limiti alla lunghezza dei post. Ha un meccanismo di “commento” che non è un vero commento, ma un link incrociato tra pagine. Questo è interessante e abbastanza peculiare: il commento rimane nella pagina di chi l’ha inviato, dunque, in suo totale ed esclusivo possesso. 

Facebook ha una serie considerevole di possibilità; le pagine, i gruppi, gli interessi. Twitter ha le liste, stop. 

Negli ultimi anni sono progressivamente ricaduto nell’uso quasi esclusivo di Facebook. Il motivo è essenzialmente legato al fatto che quasi tutte le conoscenze del mondo reale sono lì. Tanto che la mia timeline Twitter per molto tempo è rimasta a languire, con radi aggiornamenti. 

Ci voleva una occasione particolare per farmi un po’ cambiare idea. Ci voleva il Meeting di Rimini. Nei miei tre giorni al meeting ho seguito abbastanza assiduamente l’hashtag #meeting13 su Twitter, fino a riprendere quasi senza accorgermene confidenza con il mezzo. A riapprezzarne le caratteristiche. Velocità, semplicità, meccanismo del retweet, la comodità dei “preferiti” per ritrovare una lista di cose importanti anche a distanza di tempo (non c’è in Facebook). Possibilità di usare il client che più mi soddisfa (c’è molta più scelta rispetto a Facebook). Anche, la necessità di cambiare, dopo tanto tempo. Tornare in un certo senso a sperimentare, come si faceva negli anni d’oro dell’avvento del web2.0 e ora non si fa più.

In ogni caso, al di là di tutte le considerazioni, quello che mi continua ad attrarre in Twitter è una cosa semplicissima. Per le caratteristiche intrinseche del mezzo, non è strano postare anche molti interventi brevi in poco tempo. Quello che su Facebook sarebbe considerato eccentrico, o addirittura maniacale, qui è la norma. Su Facebook ogni post è come - in qualche senso - una richiesta di commento, dunque essere oggetto di molte richieste in poco tempo è seccante. Su Twitter non c’è modo di inserire un vero commento, dunque lo senti già diverso. Così se segui un evento, come mi è capitato al Meeting, puoi inviare diversi tweet in stretta sequenza, magari con i passi più significativi di un certo intervento, ed è tutto perfettamente normale. Magari qualcuno “risponde” (alla maniera di Twitter, con un intervento sulla sua timeline, che cita la tua), magari qualcuno mette qualcosa tra i preferiti o retwitta il tuo post. Comunque ti senti più libero di postare ciò che vuoi, ciò che senti in quel momento. E soprattutto, di infilare una serie di post senza seccare nessuno. 

Tra il serio e il faceto, mi  verrebbe poi da aggiungere che vi sono anche altri motivi

Insomma  - per una quantità di argomentazioni - starei per dire che ha ragione Don Tommaso (anche se pure lui mischia mele e pere impunemente)

Facebook ha dalla sua molti pregi, d’accordo. I gruppi e le pagine sono strumenti molto efficaci e - devo dire - ben congegnati. Li uso e intendo continuare ad usarli. Ma non è Twitter, e in nessun modo può sostituire Twitter.  D’altra parte, una mela non è una pera, né può mai sperare di diventarlo.

E sopratutto certi confronti, me lo dicevano alle elementari, non andrebbero fatti...

venerdì 1 marzo 2013

Omologazione informatica?


Ogni tanto ci penso. E’ che chi non ha vissuto il tempo glorioso della sperimentazione probabilmente non può comprendere appieno. C’è stato un tempo nel quale fiorivano diverse piattaforme, si sperimentavano modelli di social network, per ogni paradigma che sembrava farsi strada, vi era tutto un sottobosco di esperimenti più o meno riusciti che avevano i loro sostenitori, e comunque ti facevano capire che c’era ben più di ‘un modo per farlo’. Di modi ce ne erano a decine, ognuno in sana competizione con gli altri.

Ci penso. Penso che Twitter è nato con una struttura così elementare che nessuno gli avrebbe dato mezzo euro di credito. Brevi post di 140 caratteri appena (fatti apposta da poter essere scritti come SMS dal cellulare), nessuna possibilità di commenti, di citazioni di altri. Poi è venuto - dalla comunità degli utenti - il meccanismo della risposta, ottenuto premettendo la “@“ al nome dell’utente al quale si vuol parlare. Poi è stato integrata una dinamica di citazione, di ‘retweet’. Sono arrivati gli hashtag. 

giovedì 2 agosto 2012

Leggere sull'iPad (II)

Continuo la mia disquisizione sugli ebook di Amazon già iniziata nel post precedente. Che ci volete fare, a me piace ragionare di queste cose e... Ah ecco: na caratteristica su cui non mi sono soffermato, è l'aspetto social che contraddistingue tale negozio di libri digitali.

E' una caratteristica che garantisce - soprattutto con i libri più diffusi - una esperienza di lettura sociale decisamente interessante e assolutamente inedita, per il corrispettivo cartaceo. Leggendo un ebook di Amazon (su Kindle, su iPad...), puoi imbatterti in alcune frasi che sono state evidenziate da un gran numero di lettori. E' stimolante vedere se le frasi che sono più importanti per te lo sono anche per altri.

Un'altra cosa simpatica è la facilità con cui puoi pubblicare le frasi che a te piacciono sui social network, Facebook e Twitter. In realtà ogni libro venduto su Amazon si guadagna una sua pagina dove afferisce tutta l'attività dei lettori intorno al dato volume. E' una esperienza di fruizione del testo del tutto inedita, chiaramente facilitata dal passaggio al digitale. Ecco per esempio la pagina di un libro che a me piace molto, Cose che nessuno sa. Come si può vedere seguendo il link, il libro ha una pagina sociale composta dall'attività dei vari lettori, che evidenziano ed annotano dei singoli passaggi.

Una citazione dal libro di Alessandro D'Avenia.

Questa è una cosa che - a quanto ne so - ancora non ha alcun corrispettivo degno di nota, almeno da parte di iBook o di Google Play Books. Devo dire che è abbastanza nuovo come esperienza, prendere in mano un libro (ops.. un lettore con un libro) molto diffuso e imbattersi in passaggi dove viene riportato questo lo hanno evidenziato 2000 persone...  Amazon ci sta insegnando che leggere un ebook è anche una sorta di avventura sociale. Il passaggio al formato elettronico allora non è più una semplice trasposizione ma fornisce davvero qualcosa in più. 

E ho la sensazione che la strada sia appena all'inizio: già compaiono i primi esempi di riviste digitali che vanno oltre la semplice trasposizione dell'edizione cartacea, aggiungendo interattività, contenuti multimediali, etc...

Più il tempo passa, più il riferimento non sarà più il cartaceo, ma l'edizione digitale, con tutti i contenuti supplementari che questa può veicolare. 

Una strada tutta da percorrere, per gli amanti della lettura.

lunedì 4 luglio 2011

Nascita di un social network

Il varo di Google+ è anche un'occasione per riflettere un pochino su come nasce un social network nell'epoca attuale. Oggi solo una organizzazione gigantesca come Google osa sfidare davvero Facebook, per ogni altro soggetto sulla rete, sarebbe una follia (e forse lo è comunque?)

Ben diverso è stato l'inizio dello stesso Facebook, partito come sappiamo nel 2004 per opera di uno studente allora diciannovenne che si divertiva al computer, e due suoi amici. L'idea come sappiamo è risultata vincente, oltre ogni aspettativa. Ma l'inizio è stato assolutamente "minimo", in termini di risorse, senza nessuno studio particolare di progettazione. Giusto per divertimento, e per inseguire un'idea.

Una parte della pagina Google+
Quell'idea è diventata una fonte di guadagno incredibile, sollecitando gli appetiti di organizzazioni elaborate e gigantesche come Google, che ha sicuramente impiegato consistenti risorse di uomini e mezzi per sviluppare il suo plus, la sua risposta a Facebook - quel sito creato da un piccolo gruppo di curiosi adolescenti.

Ma oggi, una partenza come quella di Facebook, sarebbe ancora possibile? Due ragazzi e un computer, potrebbero ancora bastare per sviluppare un'idea vincente, o il web si è troppo "scafato" e abbiamo perso l'immediatezza di pochi anni fa?

venerdì 1 luglio 2011

Tutti i cerchi di Google+

Dunque Google - nonostante i passi falsi compiuti fino ad ora- non rinuncia alla ricerca del settore di mercato dei social network, più che mai importante e redditizio, e oggi praticamente tutto in mano a Facebook. Lo fa in questi giorni, svelando la sua ultima creatura, battezzata sinteticamente Google+ . Il lancio sembra preparato con cura. Da notare che tutte le pagine rilevanti di spiegazione si trovano anche in italiano, dunque l'attenzione al mercato internazionale c'è ed è in campo fin dalle prime ore.

La pagina di spiegazione del progetto Google+ parte in grande "Tra i bisogni fondamentali dell'essere umano c'è sicuramente quello di stringere relazioni con gli altri". Una partenza piuttosto "alta", che inizia tramite considerazioni sulla condizione umana, per poi comunque planare rapidamente sulla "visione Google" dello stato degli attuali social network, stigmatizzandone i limiti ("il problema è che gli attuali servizi online trasformano l'amicizia in un supermercato: prendono le persone e ci appiccicano sopra l'etichetta "amico". E la condivisione ne risente.") Segue in alcuni punti il dettaglio di tale affermazione, che comunque trovo "interessata ma condivisibile" (dove la cosa più straordinaria è il fatto di non voler scrivere "Facebook" intendendo esattamente "Facebook" e dunque di dover ricorrere a curiosi giri verbali).

Come potrete leggere, l'approccio di Google ai problemi delineati si basa sul concetto di "cerchi". Si possono creare cerchi di amici e conoscenti, con opportune regole di condivisione, stabilendo di fatto una granularità molto maggiore di quella permessa oggi da Facebook (il quale propone un approccio che taglia corto, o sei amico o non lo sei: se sei amico condividi tutto, se non lo sei - di norma - non vedi quasi nulla). 

L'idea è che puoi voler condividere certe cose con certe persone, e altre con persone diverse (un pò come nella vita reale, in pratica). La cosa potrebbe funzionare; di fatto l'approccio di Facebook è un pò semplicistico, con lo sguardo odierno nutrito della complessità del web 2.0, e pone oggettivamente dei problemi nell'ambito della comunicazione, non consentendo livelli di privacy fini... sarà per tali questioni che a fasi alterne il sottoscritto viene disamicato da Facebook dalla sua stessa figlia: evidentemente non tutto quello che passa tra lei e le sue amiche deve essere accessibile ad un genitore :-)  

I già famosi "cerchi di Google+"


Ecco, mi viene da pensare che con Google+ sarei finito semplicemente in un altro "cerchio" dove presumibilmente vengono fatte passare informazioni alle quali anche un genitore è ritenuto in grado di poter essere esposto... Scherzi a parte, la cosa mi sembra interessante, a patto che si mantenga semplice e intuitiva nell'uso.

Bisogna dire che Google di passi falsi, nel campo dei social network, ne ha fatti già abbastanza (acquisizione e successivo abbandono di Jaiku, Google Wave in chiusura, l'incerto Buzz...). Avrà imparato qualcosa da questi flop? E se invece avesse addirittura imparato dagli errori di Facebook? Non manca nemmeno chi dice, come il celeberrimo David Winer, che la cosa è troppo complessa per funzionare davvero.

Solo il tempo potrò dirci se questo approccio riuscirà a scalzare Facebook da quello che ormai sembra un trono molto saldo (e redditizio). Google ha dalla sua la pervasività dei suoi servizi, per indurre le persone a provare il nuovo G+ (e ben presto vedremo gli opportuni link spuntare fuori da tutte le pagine del colosso del web). 

In ogni caso, la sfida tra Google e Facebook si sta facendo più accesa.. bene per tutti, possiamo aspettarci una competizione virtuosa nel rilasciare dei prodotti di qualità, ad indubbio beneficio degli utenti.

La complessità del progetto (di cui i citati cerchi sono solo un aspetto), da come si inferisce dalle anteprime, sembra testimoniare per un impegno deciso di Google, che probabilmente non vuole giocarsi la credibilità che ha grazie ai suoi servizi in un ennesimo social flop. Staremo a vedere: si accettano scommesse (e commenti...) 

sabato 15 gennaio 2011

Se inventavo io Facebook...!

Interessante l’articolo sul Sole 24 Ore riguardo quello che ci insegna la “caduta” di MySpace. Sappiamo bene come è andata; il braccio di ferro tra i due giganti si sta chiaramente risolvendo a favore di Facebook, decretendone la vittoria, ormai indiscussa, come social network “di riferimento”. Praticamente uno standard.

Su qualche aspetto dell’articolo, tuttavia, ho delle riserve. Dalla lettura del pezzo, difatti, si ha l’impressione che Facebook abbia vinto per la sua intrinesca semplicità, mentre la possibilità elevata di personalizzazione di MySpace abbia invece giocato negativamente sulla sua diffusione. 

Ecco, non ne sono proprio proprio convinto. Mò ve spiego...

giovedì 11 novembre 2010

Ti piace la pagina?

Mi sto accorgendo che, pian piano, sta riuscendo a Facebook (forte della
sua amplissima diffusione, che la rende praticamente uno standard "de
facto") quello che non è riuscito praticamente mai a nessuno (intendo
sul serio). Avete presente quei tastini blu con "mi piace" che compaiono
sempre più spesso nei diversi siti? Quelli che segnalano su Facebook il
gradimento di una qualsivoglia pagina web, per capirci.
La cosa simpatica è che oltre al numero di persone a cui piace una data
pagina, vengono elencati espressamente i tuoi amici che hanno dato il
gradimento. Siccome gli amici vengono scelti anche in base agli
interessi, non è raro trovarne nelle pagine che visitiamo
personalmente.

Per esempio, a me che per lavoro e per passione scorro diverse pagine e
siti di argomento astronomico (e sempre di più trovo implementate i
widget di Facebook), non è raro imbattermi in un sito che trovo già
"apprezzato" da alcuni miei contatti. Questo innegabilmente rende la
navigazione meno impersonale e aggiunge in alcuni casi un gradevole
senso di comunità.

In questo modo si ottiene una sorta di "gradimento" della pagina, per di
più "personalizzato", che tanti indici e rank secondo me non sono mai
riusciti a rendere interessante.

martedì 17 agosto 2010

Facebook e Google, uno scontro tra giganti...

Tra le mie letture estive è recentemente capitato il libro "The Facebook Effect". Il volume è una dettagliatissima (anche troppo, forse) storia di come il famoso social network si è sviluppato e ha preso via via "il volo", ben oltre l'ambito dei campus universitari dove era stato ideato, oltre le aspettative degli stessi ideatori.  Nel libro ho già colto diversi punti di interesse (tra i quali, ma vorrei ritornarci, il ruolo chiave del software open source che ha permesso che l'idea di Facebook si sviluppasse, con il solo costo dei server usati per ospitare il sito. Uno studente "normale" come Mark Zuckerberg non avrebbe potuto permettersi - a suo tempo- costose licenze).

Facebook, piaccia o meno, è ormai una sorta di "standard" per il web. Trasmissioni radiofoniche e televisive, testate giornalistiche, autori letterari e poeti, scienziati e istituzioni come la NASA (e mille altre) hanno la loro pagina facebook, spesso eletta a strumento principe per l'interazione con il pubblico.

Molte persone che usano Facebook non si intendono di web2.0 e delle sue sottigliezze (nemmeno conoscono Twitter, sovente). Dire "non mi piace facebook" è ormai come dire "non mi piace la posta elettronica". Può essere bellissimo o terribile (a seconda dei punti di vista), ma con buona pace di tutti, allo stato attuale è semplicemente uno standard. 



More about The Facebook Effect



Se Facebook è un "gigante", l'altro gigante del web attuale, Google, non sta a guardare. Nonostante abbia compiuto diversi errori strategici e scelte opinabili (i tentativi "sociali" con Jaiku, la chiusura di Wave, la gestione bizzarra di Buzz con tutti i problemi di privacy sollevati inizialmente), continua a cercare la strada per un social network che possa insidiare Facebook. La vera battaglia è questa (e in palio vi è il controllo della pubblicità su web, mica bruscolini). Anche Facebook non è ferma sugli allori ma continua a lavorare per migliorare l'esperienza di navigazione sul suo sito.

Insomma, i contendenti affilano le armi. C'è del positivo, in questo: lo sforzo tecnologico e innovativo derivato da questa rincorsa è notevole, e dovrebbe produrre risultati interessanti. Un ovvio appunto, ma significativo, è che sono entrambe aziende che - guarda caso - si sono ampiamente e dichiaratamente basate sul software e sulla filosofia open source. Poi dicono che non paga...

Ma ormai i tempi sono maturi. Gli eserciti schierati: la vera battaglia sta per iniziare.
Noi utenti stiamo a guardare (e a sperimentare). 

domenica 21 febbraio 2010

Buzz, il social network nella tua mailbox...

E' "antico" appena di pochissimi giorni, eppure il nuovo social network Google Buzz, sta già calamitando una notevole attenzione nella rete globale. Numerosi articoli su siti assai frequantati come Techcrunch o Mashable stanno fornendo fin dal momento dell'uscita una copertura straordinaria a questo servizio. A testimonianza - se ce ne fosse bisogno - di come nell'attuale fase dello sviluppo delle comunicazioni,  Google è decisamente protagonista, nel bene e nel male.



Per quanto sicuramente sarà suscettibile di evoluzioni ancora largamente imprevedibili, già qualche considerazione sul nuovo servizio forse può essere formulata. Google in effetti ha già fatto diversi tentativi in campi analoghi a quello che viene a coprire Buzz (ricordiamo al proposito soltanto l'acquisizione di Jaiku, che Google tenne nel cassetto diversi mesi per poi... decidere di non farne nulla!). A me sembra che abbia imparato con profitto dalle esperienze passate, oltreché da "modelli" già in rete  da tempo (Friendfeed su tutti: non sfuggono anche ad un osservatore superficiale le numerose analogie con il servizio recentemente acquisito da Facebook).

Per quanto diversi commentatori (tra cui Robert Scoble, nome ben noto nell'ambito dei socilal network) abbiano giustamente messo in luce alcuni limiti del sistema - almeno di come si presenta allo stato attuale, a pochissimi giorni dal rilascio - vi sono indubbiamente diversi punti interessanti e potenzialità in Google Buzz, meritevoli di nota:
  • Il fatto semplicissimo di averlo inserito direttamente dentro Gmail, fa sì che Buzz parta immediatamente con una grande base di utenti, almeno potenziali
  • La geolocalizzazione. Esperimento già tentato in Jaiku mobile, in un cerrto grado, ma qui realizzato compiutamente. Provando da iPhone o iPod Touch, si capisce la vera forza di Buzz. Si possono scegliere di vedere i messaggi delle persone che abbiamo sottoscritto, o di quelle "nelle vincinanze". E mi pare che funzioni piuttosto bene!
Al primo punto - e non mi sembra sia stato sottolineato da molti - a mio avviso è legato anche un discorso di "cultura" e percezione dei social network: averlo inserito nativamente in un diffusissimo programma di posta elettronica, è anche un messaggio forte di Google per indicare che il web "sociale" è da considerarsi un "normale" strumento informatico (e non una opzione per particolari fasce di età o di interessi) esattamente come ormai è avvertito lo stesso scambio di email.

Tutto questo, ed altro, fanno sicuramente pensare che - nonostante le sue attuali limitazioni - Google Buzz è qui "per restare". Google gioca una carta forte sul piano dei social network: il tempo ci dirà se la sua scommessa è stata vincente. I sospetti che lo sia non mancano. Voi che ne pensate?

martedì 9 febbraio 2010

Google... Buzz ?

A quanto pare Google le sta studiando tutte per cercare di (ri)accaparrarsi quella fetta di "social" nelle sue applicazioni, che per ora sembra prerogativa di piattaforme come Facebook o Twitter.

Già siti "blasonati" come Techcrunch e Mashable presentano con grande rilevanza l'ultima creatura Google.




Cosa sia Buzz in dettaglio sembra un pò difficile dirlo (anche perché allo scrivente ancora non è abilitata), l'idea nuova e potenzialmente vincente è che - lavorando DENTRO Gmail - si trova di botto, appena nata, ad avere una "user base" davvero ingente.

Funzionerà? Certo che gli ingegneri di Google senza far niente non ci sanno stare... ;)

domenica 19 ottobre 2008

Il social network migliore? Chiedilo agli amici...

Si fa un gran parlare (e scrivere) negli ultimi tempi, sul web, riguardo ai differenti pregi e difetti, ai pros and cons, dei vari social networks. Per cui si possono leggono in rete appassionate invettive contro Facebook e altrettanto partecipate difese, si tessono da più parti le lodi di Twitter oppure si esaltano le peculiari caratteristiche di altri sistemi di microblogging, come Jaiku o Identi.ca o altro ancora. In particolare è senz'altro Facebook, con la sua ormai grandissima diffusione, ad aggregare consensi da una parte e critiche dall'altra.

C'e' forse un aspetto che non è a mio avviso abbastanza evidenziato nelle variegate e minuziose analisi sulle differenti caratteristiche dei siti di social network e affini, un aspetto forse apparentemente 'minore' ma capace di influenzare significativamente il comportamento e le scelte su web delle persone reali. Tale aspetto si può riassumere nella semplice domanda : Ma dove sono i tuoi conoscenti (quelli veri)?

Quello che intendo - forse si capisce - è che la scelta del sito in cui essere sociali (in modo virtuale, cosa tanto di moda), ovvero in cui raccogliere amicizie e connettersi a profili di altre persone, non è una scelta che viene usualmente fatta a tavolino sulla base delle caratteristiche tecniche delle diverse piattaforme. No, invece avviene sovente in maniera molto più 'banale' (ma significativa), sulla base delle preferenze del proprio insieme di connessioni reali (amici, parenti, colleghi di lavoro). Voglio dire, tu potrai anche essere fichissimo e molto interessante e attivo su Identi.ca o su Friendfeed (poniamo), ma se tutti i tuoi contatti sono soltanto virtuali, di gente che non conosci davvero e non hai mai visto in carne ed ossa, forse parte dell'interesse che tu puoi nutrire nell'inviare frequenti aggiornamenti dei fatti tuoi, magari viene un pò a svanire...

Dico questo partendo da una constatazione personale, concernente proprio Facebook. Pur essendomi iscritto da parecchio tempo, spinto da un intento soprattuto esplorativo, non mi sono mai sentito tanto motivato nell'usare tale network, nè dunque nell'aggiornare il mio profilo e i miei messaggi di stato. E' rimasto così in standby per parecchio tempo. Poi è successo che ho trovato prima mio fratello (quello in Canada) attivo su Facebook, e poi un collega, poi ancora un'altro e un altro e ancora uno... e insomma è successo che su Facebook vi trovo ora attive un buon numero di persone che conosco in carne ed ossa, mentre sugli altri social network questo non è mai avvenuto.

Sarà perchè Facebook è ormai arcinoto e diffuso quasi come la posta elettronica o MSN? Sarà altro? Comunque stà di fatto che la mia frequentazione di tale network sia molto aumentata negli ultimi tempi; e che abbia connesso il mio account Twitter in modo che aggiorni il profilo di Facebook. Questo vuol dire che lo trovo necessariamente migliore di altri network competitori? Non direi; anche se devo ammettere che sotto il profilo tecnico ha diverse cose peculiari e interessanti. Non mi dilungo oltre, perchè il punto mi sembra chiaro.

Insomma la versione breve di questo post potrebbe essere riassunta nel titolo: qual è il network 'migliore' ? Semplice, chiedilo ai tuoi amici.